Cinema e Cucina: La Cinegustologia - Intervista a Marco Lombardi

E se si potesse mangiare un'idea? Marco Lombardi ci racconta la sua Cinegustologia.

Il cinema può essere raccontato in molti modi, ma quello ideato da Marco Lombardi è sicuramente uno dei più interessanti. Grazie alla combinazione delle sue esperienze di critico cinematografico ed enogastronomico, Marco ha infatti creato la Cinegustologia®, un nuovo metodo di raccontare la settima arte attraverso delle libere associazioni. Dal momento che spesso le pellicole vengono descritte come se avessero sapori e consistenze, visto che una storia può essere dolce, amara, tenera, dura o anche cruda, perché non associare un film a un piatto che abbia al suo interno gli stessi sapori e consistenze? Da questa sinestesia fra il cinema e la cucina nasce la Cinegustologia®, un nuovo modo – divertente, e svincolato dagli schemi – per parlare di cinematografia.

Incuriositi da quest'idea, che porta il cinema a tavola, abbiamo partecipato – presso la libreria Eli, a Roma – alla presentazione dell'ultimo libro di Marco Lombardi, La Cinegustologia e il Media Entertainment, pubblicato da Fausto Lupetti Editore. È in quella occasione che abbiamo avuto modo di rivolgergli qualche domanda per saperne di più del metodo e del programma televisivo che ne è derivato, Come ti cucino un film, in onda su Gambero Rosso Channel.

Ciao Marco, come è nata l'idea della Cinegustologia® e in cosa si differenzia questo tuo nuovo approccio al cinema e alla cucina rispetto ai metodi classici cui siamo sempre stati abituati?

L'idea della Cinegustologia® è nata nel 2007: in quel periodo lavoravo come autore a RAI Futura. C'era assoluta libertà sul poter scrivere e condurre format televisivi, perciò io - che già da tempo mi occupavo di cinema e frequentavo le manifestazioni di enogastronomia - ho sentito la necessità di trovare qualcosa di nuovo che riuscisse a snidare le nostre emozioni, quelle che proviamo di fronte a un qualunque prodotto artistico e spesso rimangono ingabbiate dai cosiddetti linguaggi. È sempre difficile identificare il momento specifico in cui prende corpo un progetto, che normalmente si sviluppa per sedimentazioni successive: c’è però un ultimo gradino che ti fa chiudere il cerchio, e questo è stato l'ascolto della canzone di Giorgio Gaber "Se potessi mangiare un'idea". Mi è piaciuta la metafora: dare matericità a qualcosa di astratto, fino a poterlo mangiare, è un modo per dare vita a quelle emozioni. L’anno successivo ho poi tenuto un laboratorio di Cinegustologia® presso l'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo: è andato bene, da lì è arrivato il primo libro, nel 2009, e poi tutto il resto.

Nel tuo programma in onda su Gambero Rosso Channel, "Come ti cucino un film", con quale criterio scegli le pellicole e soprattutto gli chef che inviti a cucinarle?

Si tratta di film che sono appena usciti o addirittura dovranno ancora uscire, sicché come prima cosa ho dovuto stipulare degli accordi con i principali distributori per poter avere i diritti sui film. Il primo è stato Lucky Red, poi si sono aggiunti Rai Cinema, Sky, Disney, Bim e l'Istituto Luce: insomma, i migliori. Fatto questo, ho avuto modo di visionare i loro listini, così da scegliere i film che più amo. Una volta individuati, m’immagino che la regia di un film sia come la "regia" in cucina. A cambiare sono le materie prime diverse, ma la filosofia con cui uno chef decide di creare un piatto è per molto simile a quella che ispira la regia cinematografica: entrambi possono abbracciare una filosofia “naturale” oppure più articolata; con tante “materie prime”, oppure poche; satura, oppure minimale. Fatta questa analisi, invito uno chef che abbia un approccio "registico" simile a quello utilizzato nel film selezionato, in modo che possa cucinare le sue materie prime riprendendo lo stesso filone creativo. È così che si crea un'assonanza tra due forme d'arte. 

In un capitolo del tuo libro "La Cinegustologia e il Media Entertainment" rinvieni profumi, sapori e sensazioni tattili all’interno della filmografia di ciascun regista. Parlando di Paolo Sorrentino, per esempio, menzioni dei sentori di chiuso e di vanillina, una nota dolciastra e molto umamosa, poi mollezze e croccantezze: perché?

Sorrentino è un autore che ha bisogno di molto tempo per narrare le sue storie, piene come sono di cose. Se questo manca, come succede all’interno di un lungometraggio che più di due ore e mezza normalmente non dura, il rischio è quello della saturazione, ai limiti della claustrofobia. Ne La grande bellezza, tuttavia, questo va bene perché il film racconta il “troppo di tutto” che è Roma, e forse anche l'Italia: ecco dove nascono i sentori di chiuso e l’umami. Sorrentino poi è un seduttivo che ricerca il consenso degli altri, ovviamente sempre con maestria e creatività, ma a volte questo suo bisogno ossessivo rimanda all'idea di una dolcezza non naturale, cioè leggermente artificiosa, che è appunto quella data dalla vanillina. Il molle, invece, ha due valenze. Sorrentino, infatti, spesso rappresenta dei personaggi molli, talora viscidi; il molle, tuttavia, è anche la consistenza più vicina al liquido, la texture che meglio sa adattarsi al contesto esterno perché non ha una sua forma. La mollezza, quindi, è anche una qualità artistica: adattarsi al contesto esterno significa saper ascoltare, e captare i segnali presenti nella nostra contemporaneità.

Sempre nel tuo libro, parlando del Festival della Cinegustologia, hai raccontato dell'accostamento – fatto in collaborazione con il famoso pizzaiolo campano Vito De Vita – tra la pizza e il grande attore Alberto Sordi. Si trattava di un impasto al farro con pomodoro datterino, fior di latte e mozzarella di bufala dop affumicata in paglia, che poi è leggermente cambiata parlando del suo erede spirituale, Carlo Verdone. Perché proprio la pizza per raccontare questi due simboli del cinema tanto romano, quanto italiano?

La pizza, oltre a essere un piatto universale che riesce a dialogare con tutte le parti del mondo, è una specie di stoviglia neutra su cui poggiare dei piatti cucinati. Scegliendo la pizza, quindi, abbiamo potuto raccontare due grandi artisti a partire da una base comune, simbolo della loro comicità: l’impasto, infatti, è morbido e croccante, cioè piacevole. Abbiamo quindi aggiunto le materie prime, ovviamente diverse: la comicità di Verdone è infatti più lineare, cioè meno acida, ed ecco quindi che abbiamo utilizzato un pomodorino giallo, più dolce rispetto a quello rosso utilizzato per Sordi visto che i suoi film hanno spesso evidenziato (n modo satirico) la mediocrità degli italiani e della politica.

 

 

Riprendendo il "gioco" di "Come ti cucino un film", un film come Suburra - in cui il potere politico e la violenza si scontrano e si fondono - a quale piatto ti fa pensare?

Io di quel film ricordo soprattutto la scena iniziale, sotto un diluvio quasi apocalittico. Comprende tutto e il contrario di tutto: va oltre il capolinea dell'uomo perché è gelida, cioè sa di morte, nonostante abbia un grandissimo potenziale erotico e trasgressivo. Mi viene quindi da pensare non a un piatto, quanto piuttosto a quella stessa pioggia iniziale, e al suo potenziale simbolico. Ecco, il film potrebbe essere un brodo, ma un brodo freddo, quasi gelido; forse di carne, ma esausto, cioè fatto con pochissima carne e quindi assai acquoso, con il sapore della carne che è in ultimissimo piano quasi fosse un fantasma, come del resto è evanescente l'idea di uomo cui Suburra rinvia, perché tutto allude a un controcampo della bellezza e dello stesso piacere, innanzitutto di vivere. Quella pioggia iniziale, precipitando sull’asfalto della città, fa poi emergere l'odore del bitume, cioè del petrolio, che ha a che vedere con le viscere della terra: per questo potremmo abbinare al brodo di carne un Riesling, con le sue tipiche note di idrocarburo. 

Un'ultima domanda: hai nuovi progetti che “bollono” in pentola?

Per ora posso dirti che in questo periodo stiamo lavorando alla prossima edizione del Festival della Cinegustologia. La prima edizione si è tenuta in Irpinia, ma per il prossimo anno ci sono buone probabilità che si svolga nelle Langhe. Il programma – che sarà sulla falsa riga di quello fatto in Irpinia, cioè legato al territorio – questa volta sarà molto più strutturato e profondo. L'idea è proprio quella di raccontare i piatti e i vini di quelle meravigliose colline attraverso delle associazioni cinegustologiche in grado di svelare i fili comuni che collegano i vari prodotti culturali provenienti da uno stesso territorio.